L’assordante silenzio dell’arte di Daniel Sprick alla costante ricerca dell’essenza della bellezza.

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Ho avuto modo di conoscere Sprick nella hall dell’hotel dove ho chiesto la possibilità di poterlo intervistare e poco dopo ero al suo fianco ad ammirare l’esecuzione, fuori programma, di un’opera in plain air nella corte centrale dell’hotel Biltmore fra arcate e palme: un’anima silenziosa che alle parole antepone lo sguardo che spazia indisturbato fra il paesaggio e la tela mentre le sue mani diventano l’estensione visiva della sua sensibilità artistica perfettamente in sintonia con la sua straordinaria coordinazione oculo-manuale. 

Daniel Sprick è nato a Little Rock in Arkansas e vive a Denver, in Colorado. La sua dedizione artistica risale alla prima infanzia quando a soli quattro anni disegnava aeroplani con il papà. Ed è all’età di 20 anni, dopo aver implorato i genitori di consentirgli di studiare arte, che si iscrive alla AA-Mesa College Grand Junction, in Colorado nel 1973, per poi continuare alla Ramon Froman School of Art, fondata dallo stesso Froman, suo maestro specializzato in pittura ad olio e vincitore di numerosi premi tra i quali l’American Artists Professional, il premio Best Portrait a New York City e la Gold Medal Award. Froman lo avvicina alle linee taglienti e illusionistiche di J.S. Sargent, e ai dipinti di Van Dick, Frans Hals e Roger van de Weyden, unendo la tecnica dell’esecuzione artistica sublime di questi pittori ad elementi di natura moderna. Suo mentore oltre che maestro è stato anche Harvey Dinnerstein, che oltre a esporre nei più grandi musei d’America ed aver ricevuto un dottorato onorario dal Lyme Academy College of Fine Arts nel Connecticut, è stato un insegnante molto influente per diverse generazioni di studenti alla National Academy of Design e alla Art Students League. 

Il quadro preferito di Daniel Sprick, quello con il quale si è sentito maggiormente in sintonia per “L’assoluta intensità di intenti e la ricerca della bellezza e della verità” (Absolutely intensity of purpose and The pursuit of truth and beauty) è stato tuttavia La Crocifissione e Il Giudizio Finale, un dittico probabilmente, di piccole dimensioni di Jan van Eyck, visto al Metropolitan Museum of Art di New York.  

 L’arte di Daniel Sprick passa, senza mai abbassare il livello di intensità e di magia, dai paesaggi in plain air che egli studia basandosi sui grandi classici del passato arrivando a costruire il suo stile personale dalle influenze South Western e che riportano l’individuo a riconciliarsi con l’istinto primitivo primordiale della natura, ai ritratti ed allo still life in un modo talmente sublime da riuscire a trovare anche nella scena domestica di un aspirapolvere appoggiato al muro, di gusci d’uovo dimenticati sul tavolo a piatti rotti, un senso di vitalità che carica la scena in perfetta antitesi con il termine stesso di still life: è come se gli oggetti dipinti da Daniel prendessero vita e noi, spettatori fossimo lì  raccoglierne i cocci. 

Scene statiche dal realismo così puro da sembrare vive. 

Nel 1976 Sprick entra nella National Academy of Design di New York da dove escono alcuni tra i più illustri artisti e nel 1978 si laurea alla BA-University of Northern Colorado a Greeley. 

Ha all’attivo diverse personali in gallerie private e musei tra i quali il Denver Art Museum, l’Hunter Museum of Art di Chattanooga, l’Aspen Art Museum ad Aspen, ed oltre a questo numerose collezioni private e publiche selezionate che compaiono al National Museum of American Art, e allo Smithsonian Institution di Washington DC.

Negli anni ’70 si dedica alla pittura en plain air in New Mexico, vivendo sotto i ponti dove vuole cogliere la vita agli estremi, in modo da poter capire l’ordine e l’intensità delle cose che stanno nel mezzo (I have to see life from the extremes in order to understand the middle parts) e che gli consentirà di capire che “non c’era nulla e solo allora c’era qualcosa” (And there was nothing then there was something) riferendosi all’essenza semplice ed indisturbata insita in ogni cosa. 

Negli anni ’80 si dedicherà alla botanica con la stessa minuzia nella cura dei particolari. 

Abitualmente dipinge su masonite o compensato composto da fibre di legno precedentemente preparato con un primer acrilico polimerico e gesso, per i lavori più piccoli sui quali schizza a matita prima di iniziare a dipingere. I lavori di grandi dimensioni sono invece studiati con disegni preparatori: sketches e bozzetti come facevano i maestri di un tempo, in modo da avere una visione globale dell’opera. 

Essere artista per Daniel Sprick significa innanzitutto abbattere i preconcetti: solo in questo modo è possibile arrivare all’essenza delle cose consentendogli di estrapolare soggetti  e oggetti da scene o racconti per inserirli in contesti contemporanei. Esempio meraviglioso di questo processo è dato dallo studio del vecchio testamento ebraico e del nuovo testamento cattolico, il credo di famiglia, in cui egli interpreta l’evento centrale della resurrezione ambientando lo sfondo nel paesaggio di Denver in modo assolutamente naturale e contemporaneo. Così come contemporanei sono le espressioni dei volti delle due donne che partecipano al miracolo.   

Il suo modo di approcciarsi alla realtà, spaziando dalla paesaggistica allo still life, alla botanica e alla ritrattistica è talmente realistico che talvolta è difficile credere si tratti di un’opera d’arte anziché di una fotografia.

Essendo uno fra i pittori realistici più importanti del nostro secolo la Colorado Public Television e il Museum of Outdoors Arts gli ha dedicato un documentario dal titolo ”La ricerca della verità e della bellezza” (Pursuit of Truth and Beauty) prodotto da David Schler  come segno di riconoscimento per quest’anima votata al virtuosismo tecnico della sua arte che spazia in maniera così vasta mantenendone intatte le caratteristiche meticolose che la contraddistinguono. Nel documentario oltre a Sprick prendono voce affetti famigliari, critici d’arte, curatori e collezionisti che all’unanimità rivelano una delle voci più delicate e profonde del nostro tempo, “che ha destinato la propria vita all’arte”. Arte che per Daniel Sprick è l’aria che gli consente di vivere, è la necessità primaria che lo nutre e che con la sua curiosità lo spinge a conoscere ed ad entrare nel vivo delle cose. 

Sono rimasta colpita dalla vicenda in cui viene raccontata la storia di un bellissimo cavallo trovato morto nel bosco vicino a casa, cavallo al quale Daniel ha pensato di dare una seconda chance, ricostruendone lo scheletro e inserendoci viti che gli consentissero di muoverlo a proprio piacimento. Il cavallo è attualmente presente nello studio del pittore. Questo evento potrebbe essere considerato sul netto di una linea di demarcazione tra la follia e il genio. Follia che vien spazzata via nell’osservazione dei suoi ritratti: (Never let facts get in the way of a good story)  non lasciare mai che i fatti ostacolino una buona storia -. È questo il caso  del dipinto in cui due uomini, probabilmente homeless alla ricerca di una bottiglia di vino, rappresentano per lui il profeta, la guida che lo conduce alla ricerca dell’essenza. Il realismo con il quale sono dipinti fuga ogni dubbio e ne  avvalora la tesi.

La dimostrazione dell’esecuzione di un ritratto di Sprick ha chiuso in bellezza i quattro giorni di convention: le sue pennellate cadenzate come la musica suonata al pianoforte in sottofondo, si accompagnano sulla tela come le note sul pentagramma e succedendosi l’una all’altra, tocco dopo tocco, compongono la melodia e il dipinto raggiungendo un livello di espressività tale a cui solo preziose anime dotate di una sensibilità straordinaria hanno accesso.

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