“Every time you can hear God replace in your mind with the word Art”, l’arte secondo Helen Moleswoth.

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Ideati da Locust Projects e ArtCenter/SouthFlorida i Talks (Top Curator on Contemporary Art) sono una serie di incontri in cui curatori d’arte provenienti da differenti musei di arte contemporanea degli Stati Uniti d’America raccontano di come l’arte sia entrata nella loro vita, che cosa rappresenta e qual’è la loro visione in proposito. Helen Molesworth, ha officiato il primo incontro della seconda stagione. 

Curatrice indipendente di musei di arte contemporanea Helen Molesworth ha un concetto di arte molto personale: un antidoto contro i mali del mondo. Nata quattro anni dopo l’entrata della zia  Sister Marie Jones in un ordine di suore di clausura domenicane, le viene dato il nome della stessa. Sviluppa il proprio rapporto con l’arte in modo intenso, devozionale, come quello che una suora ha per Dio. Un rapporto che risente del senso di comunità e accoglienza della cultura cattolico-cristiana e che affonda le proprie origini nel conflitto fra fede e arte discostandosene fino a trovare la propria dimensione. Per lei ogni conversazione riguardo alla religione era considerata una ‘brutta idea’ perchè repellente alle convenzioni, alle autorità ed alla burocrazia, e riesce a focalizzare il senso per cui Dio e arte hanno le medesime finalità, il medesimo scopo: un’equazione chiara, illuminante che troverà la sua base nell’affermazione fatta dalla moglie Susan: ”Every time you can heard God replace in your mind with the word Art”, Ogni volta che senti la parola Dio, rimpiazzala nella tua mente con la parola arte. 

Arte come forma di conoscenza, di intelligenza e di filosofia estetica che trova la sua massima espressione nella parola empatia.

Arte come termine di correlazione con la vita, come specchio attraverso il quale vedere la società, che con l’era del digitale ha avuto la possibilità cambiare completamente la prospettiva di vivere l’arte e di vederla. L’era del digitale che si è fatta strada dopo due grandi rivoluzioni sociali: la prima con il capostipite del realismo pittorico, il francese Courbet che abbandona qualsiasi riferimento ideologico e storico per dedicarsi ai piccoli fenomeni del quotidiano e la seconda con la pubblicazione delle immagini sui magazines che hanno divulgato l’arte a livello mondiale. 

Helen non sapeva con esattezza come sarebbe stata la sua vita ma aveva chiaro sin da subito il concetto che l’arte avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella sua vita. Nata in Alabama nel 1971, si laurea in storia dell’arte alla Cornell University di Ithaca, New York. Una storia d’amore intensa quella con l’arte, vissuta a partire da quando ancora bambina frequentava abitualmente i musei con i genitori e che hanno rappresentato per lei il luogo nel quale rifugiarsi dalla voracità e dalla brutalità della vita: il luogo utopico in cui la gente può capire ogni cosa e comportarsi di conseguenza. Poi l’impegno lavorativo, l’Harvard Art Museum, il Wexner Center for Arts in Ohio, la mansione di curatrice dell’Institute of Contemporary Art in Boston prima e in quello alla Wallace Gallery della State University dopo, quello da critico senior alla Yale School of Art e da insegnante al Bard Center for Curatorial Studies, passando per  capo direttrice del Department of Modern and Contemporary Art dell’Harvard Art Museum, a curatrice della sezione arte contemporanea al Baltimore Museum of Art in cui ha deciso di cambiare radicalmente l’esposizione permanente ispirandosi agli scritti di Bell Hooks, in favore delle immagini ideologicamente provocatorie Kara Wallker e Lorna Simpson. Fino all’ultimo, il Museum of Contemporary art di Los Angeles dove è stata licenziata dall’oggi al domani perchè le sue scelte artistiche non sono state apprezzate. Scelte per le quali ha dimostrato un’idealismo coraggioso e intelligente, mosso dal desiderio di cambiare le regole dell’arte, poco importa se il sistema è contrario: la sua integrità morale, la sua esperienza e la sua visione hanno lasciano parlare per lei i fatti prima delle parole.

 

Un discorso vero e sincero il suo, che passa attraverso il concetto di arte come circolare e ciclica, in un rapporto tra conoscenza e significato, in cui è possibile identificarsi con l’artista, creare empatia e generare network che rimandano ad altri contenuti più profondi.  Un discorso che tocca le corde intime di Helen e della moglie Susan Dackerman, anche lei curatrice d’arte, che si chiude con un immagine molto toccante della zia che circondata dalle consorelle, poco prima di spegnersi l’ha voluta omaggiare, di un quadro ricamato a mano con impressa l’immagine dei Blue Bonnet, il fiore che l’accompagnava nelle trade del Texas quando da bambina seduta sul sedile posteriore accompagnava la nonna a trovare la zia.

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